Viaggiare - Diari di Viaggio


LIBIA - (Marzo 2007)

testo e foto di Renato Ermacora

 

Ricordi

Quando da bambino leggevo di Lawrence d’Arabia, dei Garamanti e dei Tuareg, di galoppate a dorso di cammello, delle oasi, di montagne fatte di sabbia (quando allora la sola sabbia che conoscevo era quella di Rimini), navigavo con la mia ingenua fantasia in un mondo fatto di fieri cavalieri, di Mille e Una Notte, sognavo l’Africa anche attraverso i ricordi di guerra di mio padre, che mi raccontava del deserto libico, e poi Tobruk, Tripoli, Tunisi, mitiche città di caldo e di mosche, minareti e muezzin, datteri e cous-cous.

Ho conosciuto il deserto d’improvviso, appena fuori dal caos del confine Tunisia – Libia, mi si è parato dinanzi come quando apri la porta del giardino incantato, ed ho avuto come la sensazione di essere a casa mia, un posto conosciuto sebbene mai visto, che nonostante la sua vastità ed il suo nulla ti avvolge e ti protegge.

Il niente a perdita d’occhio, spazi che ti fanno finalmente sentire ciò che sei: piccolo piccolo, quasi un granello di quella sabbia dallo straordinario color rosa che è dappertutto.
La voglia di possederla, la sabbia, di distenderti lì e stare da solo a guardare quello che ti circonda, cercando di far parte del mondo attorno a te, il rammarico di avere solo due occhi, ed una memoria imperfetta per ricordare tutto.

Lo stupore di trovare una sabbia dura, dove non sprofondi, mentre sulle dune pare di essere in neve fresca…

Esperienza metafisica di ricordi non solo tuoi, e ti senti parte di un Disegno superiore, condiviso da millenni con quelli che ritrassero sulle rocce scene della loro vita, nel tentativo magari di fermare il tempo.
Senti le mille voci del silenzio, senza finalmente il treno che passa, le auto e gli aeroplani.
I graffiti portano a meditare com’ era a quei tempi il Sahara: verde, pieno di alberi, animali, gazzelle poi bovini selvatici, predatori, elefanti. Illustrano scene di caccia, ma anche di vita di ogni giorno, il fuoco, le lance, i matrimoni. Pare che gli uomini e le donne di alcune tribù fossero biondi con occhi azzurri, pare che vi sia una nave (a 500 kilometri dal mare!) sepolta sotto la sabbia.
Il fuoco a sera rovina il buio perfetto di un cielo che (ma non sono parole mie), pare fatto solo di stelle, con qualche macchia di blu scuro qua e la…

Un consiglio di amici
“Se non siete mai stati in un deserto,”- qualcuno ci disse –“se è la prima volta che andate in Africa, ebbene, non andate in Libia a vedere l’Acacus o il Murzuq: infatti quelli sono i deserti più belli, più selvaggi, più ricchi di graffiti, dagli scenari da sogno (o da incubo), che porterete per sempre con voi, nei ricordi di viaggio, insieme con le emozioni di notti stellate, di dune di sabbia color rosa, di rocce dalle forme più bizzarre, di laghi salati e caldi attorniati da un diadema di palme.
Nessun altro deserto vi darà le stesse emozioni, nessun altra oasi vi sembrerà fresca e ricca come quelle del Sahara Libico ed Algerino, da nessun altra parte troverete la natura lasciata quasi intatta, non piegata al turismo.
Piuttosto, iniziate con un deserto più… commerciale e turistico, lasciate Libia ed Algeria per ultimi, perché sono i più selvaggi, duri e belli.”

Il viaggio

Noi non abbiamo seguito questo consiglio, e abbiamo tentato l’avventura nel mese di marzo (2007): partendo da Genova, sbarcando a Tunisi, viaggio senza storia fino al confine, da La Goulette a Tunisi, Hamamet, Sousse, El Djem, Tatouine e poi Ras Ajdir, formalità e poi la Libia del nord, Nalut innanzitutto e poi Ghadamés.

Nalut e Gadamés

Appena arrivati al (brutto) confine Tunisia - Libia (Ben Guerdane in Tunisia, Zuwarah in Libia), la rotta ‘classica’ a Sud porta alla prima città , Nalut.
È Nalut un’antica sede di tribù non più nomadi, arroccata, la città vecchia, su un cocuzzolo che domina una valle. È un villaggio di case arroccate una sull’altra, scavate il più nella roccia; lì erano i granai trogloditici degli abitanti: ogni famiglia aveva uno spazio (in proporzione alla sua consistenza), per riporre granaglie, olive e datteri che servivano per il suo sostentamento. Vi sono anche mulini a pietra per l’olio ed il grano, pozzi e condotte per l’acqua.

La città vecchia si raggiunge alla fine di una salita, a destra, raggiungibile con il camper, che possiamo posteggiare in un grande spiazzo sterrato.
Poi si razzola a piedi tra le viuzze ed i ruderi dei granai. N Marocco e Tunisia esistono situazioni analoghe.
Da Nalut dopo aver superato Derdj in alcune ore di viaggio su una comoda strada si arriva a Ghadamès.

La nascita di questa città secondo una leggenda, si deve ad una cavalla: alcuni predoni si fermarono nei pressi di Touat (a poca distanza da Ghadamès), per pranzare, ma uno di loro, nel ripartire, dimenticò qualcosa e tornò indietro cavalcando la sua giumenta. La cavalla non volle riprendere il cammino, se non dopo aver, con il muso ed uno zoccolo, grattato la terra dove iniziò a zampillare della fresca acqua. I predoni chiamarono il posto “la sorgente della cavalla” (Ain al Fras). Lì costruirono un villaggio, che fu chiamato Ghadamà-ams.

È molto differente da Nalut: si respira un’aria più ‘islamica’, fu infatti costruita in tempi molto più recenti, colonizzata dai Romani poi dai Bizantini. La sua particolarità è che la città vecchia è costruita su due livelli: al piano inferiore ‘la città degli uomini’, con viottoli più simili a cunicoli, coperti e freschi, dove un incontro con un vecchio abitante ti da un senso di pace e saggezza, mentre nella parte superiore le donne dispongono di passaggi sui tetti delle case senza scendere; così si viveva senza quasi comunicare tra le due metà del cielo, al fresco gli uomini, più al caldo ma all’aria le donne, che in questo modo potevano cucinare i loro ottimi cous-cous senza canne fumarie.

Le donne comunicavano tra di loro con canti e grida, solitamente in dialetto berbero; l’usanza fu proibita per un breve tempo dopo l’ascesa al potere di Gheddafi, ma la proibizione non durò molto, anzi le grida ed i canti continuarono fino all’abbandono definitivo della città vecchia. A Ghadamès vi sono bei mercati, botteghe di antiquari ed è piacevole passeggiare nell’oasi.

A Ghadamès vi è anche un piccolo museo di tradizioni e costumi berberi e tuareg, da non perdere; da non perdere anche l’ottimo cous-cous di cui sopra…
Si pernotta in un hotel, che dà, oltre lo spazio per i camper, anche acqua e scarico.
L’indomani partenza sulla solita strada dritta e piatta verso il Deserto vero, quello con la ‘D’ maiuscola…

Tadrart Acacus (monti Acacus)

Abbiamo seguito la rotta classica dell’ovest: dopo Ghadamés, siamo scesi a Sud fino a Sebah, raggiungendo con i camper Jerma, alle porte del Parco Nazionale dei Monti Acacus, poi con i fuoristrada noleggiati in loco siamo entrati nel Parco.

Qui il Deserto (e lo scrivo ancora con la D maiuscola), si esprime in tutta la sua potenza: formazioni di rocce dalle forme bizzarre (lo abbiamo battezzato ‘Le case delle fate’), pianori di sabbia rosa che d’improvviso si alzano in dune dove il fuoristrada arranca per gettarsi poi in una discesa mozzafiato.

Ogni tanto la carovana si ferma, per vedere graffiti o giganteschi archi di roccia, o una zeriba di foglie di palma, dove vive un anziano capo Tuareg, l’Amrar Hamdani Khali che fu la guida del Professor Fabrizio Mori, uno studioso italiano che negli anni ’50 e ’60 studiò questi paraggi.
Qualche volta si incontra qualcuno, su mezzi di locomozione i più diversi: a piedi, in cammello, in moto, in fuoristrada, o in giganteschi camion attrezzati.

E tu fotografi, riprendi, guardi, come un goloso in una pasticceria, non sai da che parte voltarti, dove è più interessante guardare, più bizzarro o semplicemente affascinante. Vale il viaggio solamente la galoppata nel deserto, le notti sotto le stelle, i tramonti, le albe, le orme furtive di qualche animaletto che stanotte si è aggirato attorno alla tua tenda per cercare qualcosa da mangiare.

Gli archi di Fozzigiaren, il Ditone di Adad, costruzioni del più fantasioso Architetto che mai sia esistito, cocuzzoli dall’equilibrio impossibile, e sabbia, sabbia, sabbia…
Ogni tanto una zeriba, un ciuffo di palme, qualche segno che ancora qualche essere umano sulla terra c’è, le rotaie lasciate da qualcuno prima di te, gruppi di turisti, sole.
Talvolta non sai dove guardare, vorresti possedere la terra, diventare parte del tutto. Ma i fuoristrada viaggiano veloci ed implacabili.

Graffiti

Ogni tanto le guide si fermano per farti ammirare i graffiti.
Ve ne sono di ogni epoca, dalla preistoria fino ai nostri giorni, sono una specie di giornale aperto per narrare la vita dei nomadi. Alcuni sono impressionanti per perfezione, armonia di forme, illustrano scene di caccia, matrimoni, animali che sono lì scomparsi da migliaia di anni. È un vero film all’aria aperta.

I siti con graffiti sono centinaia, ovunque una carovana si era fermata, per un punto d’acqua o un pascolo particolarmente buono, e lì artisti che coglievano gli istanti

 

 

 

Laghi

L’erg di Uan Kaza, dune che all’improvviso si ergono sul piatto del paesaggio, l’inizio del Murzuq, il grande Mare di Sabbia, la ramla dei Douada, la regione dei Mangiatori di Vermi (il popolo dei Douada era così misero che si nutriva dei crostacei salini che vivevano nei laghi della regione di Mandara)con i laghi di Ma Fu, Um El Ma (la madre delle acque), Gabroun, il più grande, dove abbiamo fatto anche il bagno, e Mandara, tutti visitati durante una tempesta di sabbia, che se ha disturbato un po’ ha aggiunto magia al paesaggio. (anche i camper serbano un imperituro ricordo: dopo mesi ancora si trova della sabbia…)

Fare il bagno nei laghi sahariani del Mandara è un’esperienza strana: l’acqua ha una temperatura ‘normale’ per circa un metro dalla superficie, sotto (avete letto bene: SOTTO) l’acqua è calda a livello quasi insopportabile… per fortuna, però, essendo anche molto salata, si può stare a galla facilmente senza compiere alcun movimento; una raccomandazione, usate occhialini o, meglio, non andate con la testa sott’acqua, pena bruciori forti agli occhi.
Siamo poi ripartiti da Germa (l’antica città dei Garamanti), e siamo risaliti a nord verso Leptis Magna, e poi Tripoli.
Prima di rientrare in Tunisia abbiamo ancora visitato Sabratha, non seconda rispetto a Leptis in termini di gradiosità.

Le città Romane della costa Nord

Siamo ormai nuovamente sul Mare Nostrum: Leptis Magna e Sabratha meritano senz’altro una fermata (Leptis un giorno e Sabratha mezza giornata, includendo anche Villa Sileen) sono i siti archeologici di epoca romana più grandi e meglio conservati della Libia, si possono paragonare a Pompei e Ostia Antica.
Impressiona quanto grandi fossero: solo il 30% è stato dissepolto dalla sabbia.

Tripoli è una grande città, la Medina (la città vecchia, con le botteghe ed i mercati), è molto interessante, per i colori e le merci esposte; i gioielli non sono in genere di gusto europeo, ma vale la pena di osservare la ricchezza delle vetrine.
In Libia i mercanti delle Medine hanno la particolarità (mi dicono rara), di non assillare i turisti propinando le loro merci, inoltre pare che la criminalità sia a livello molto basso (è comunque consigliabile fare attenzione).


Per il resto la città coloniale merita un giro, con immancabile fermata per un caffé ed un narghilè in uno dei bar tradizionali dove la vostra guida non mancherà di portarvi.

Una parola sul traffico in città: vige la legge del più duro, i locali svoltano senza freccia, posteggiano ovunque, le rotonde, benché presidiate da poliziotti arcigni, sono un vero incubo, la velocità media dell’autista libico è da pirata della strada, non esistono strisce pedonali, semafori o precedenze; anche in città l’asfalto è pieno di buche, le auto sono mediamente dei residuati da sfasciacarrozze.

A Tripoli non vi sono aree di sosta per camper, ma normalmente ci si ferma sul lungomare accanto alla Piazza Verde, a pochi passi dalla Medina e dal Museo Archeologico, che merita certamente una visita.
Lascio a voi il viaggio di ritorno: di solito non ho ricordi.

 

Consigli finali

Conviene affidarsi ad un’agenzia di provata esperienza, che vi fornirà la guida, che parla italiano, e, se il numero dei viaggiatori è più di 5, anche un poliziotto, che ha un compito più che altro di rappresentanza, tanto in genere non parla altro che arabo.

La guida è anche indispensabile per le soste: normalmente ci si ferma in aree messe a disposizione da alberghi, o in camping, discretamente attrezzati, con carico-scarico per i camper, luce elettrica e talvolta anche ristoranti.
La guida sarà indispensabile sia per esaurire le formalità alla dogana (targhe libiche, assicurazioni, strani documenti scritti solo in arabo di cui ancora oggi ignoro la funzione), o per dare indicazioni sulle strade, in quanto la segnaletica, pur esaustiva, è… solo in arabo, quindi incomprensibile se non siete così fortunati da conoscere la lingua.

Con il camper si possono raggiungere tutte le principali città, fino al Sud: Sebah, Germa ed anche a Ghat, che è la città più vicina al parco del Tadrart Acacus: le strade sono classificabili da discreto a disastroso, noi abbiamo trovato asfalto buono al nord (da Nalut fin quasi a Sebah), poi una specie di grattugia da lì a Germa, un asfalto tutto buche, pareva di guidare un martello pneumatico, i tratti buoni invogliavano a correre, ma d’improvviso apparivano buche nell’asfalto molto pericolose per gli assali, quindi raccomando di essere molto prudenti.

Da Sebah l’asfalto è quasi un’utopia: la velocità scende a 40/60 all’ora, anche meno, e lo sterzo è messo a dura prova per evitare i tratti peggiori.


Occorre prudenza, dunque, attenzione anche alle ‘lingue’ di sabbia che il vento porta sulla strada: talvolta sono spesse anche mezzo metro e lunghe parecchie centinaia, se non arrivano a coprire interamente l’asfalto, conviene aggirarle, altrimenti, assolutamente non si deve rallentare, o peggio fermarsi, pena il pericolo, concreto, di insabbiarsi. (se poi dovesse succedere, ma a noi in tutti i kilometri non è mai successo, che il vento particolarmente forte ha riempito la strada di sabbia, per un lungo tratto, allora bisogna sgonfiare gli pneumatici, e procedere con marce basse e il motore ‘imballato’ per avere più coppia, oppure cambiare, se possibile, percorso)

Un capitolo a parte merita la benzina: in Libia si fa il pieno con pochi Euro, ma non ci sono distributori lungo le strade: solo in prossimità dei centri abitati, a distanze tra loro talvolta anche di 200 o 300 Km, qualche volta può capitare che l’unica stazione di servizio sia senza gasolio… conviene fare il pieno ogni volta che si può, e magari anche avere una tanica di scorta (non si sa mai…); i distributori, poi sono ben lontani dall’essere quelle isole di pulizia a cui siamo abituati: vi è uno strato di fango e gasolio per terra, e occorre prestare attenzione a non portare in camper quella mota: dopo il primo pieno, ci siamo muniti di un panno per pulire le suole: inutile tentare di dare le chiavi al benzinaio: si deve scendere dal camper, in quanto nessuno vi aprirà il tappo del carburante.

Quando poi a mezzodì vi volete fermare, magari in uno spiazzo che potrebbe accogliere tutti i camper, e di spiazzi se ne trovano molti, conviene prima verificare a piedi la consistenza del terreno, per evitare guai. Inutile dire che di ombra non se ne parla…

In marzo la temperatura è tollerabile, al Sud, in Libia, di giorno si arrivava ai 27-29 °C, mentre di notte scendeva anche a 7-10 °C. quindi, se prevedete, come vi consiglio vivamente, di pernottare in tenda, munitevi di sacco letto in piumino.

L’agenzia stessa vi organizzerà il giro od i giri in fuoristrada, in quanto il camper conviene lasciarlo a Germa.
Gli autisti conoscono bene le piste (impressiona che non abbiano GPS, ma nemmeno le piastre da sabbia!), vi sarà un pick-up con la cucina da campo, il fuoco a legna e l’acqua.


Le galoppate su fuoristrada nel deserto sono un classico: le dune vengono ‘saltate’ con maestria – ma qualche volta anche con difficoltà – e viaggiare sulla sabbia piatta (che è soda e non si affonda) è come andare sul velluto. Inutile dire che il paesaggio intorno è mutevole, bizzarro, con rocce dalle forme più strane (noi lo abbiamo battezzato “Le case delle Fate”), il colore cangia con l’altezza del sole… e la memoria della vostra macchina foto o della vostra cinepresa non basterà per immortalare tutto.

Uno degli insegnamenti del deserto è sull’acqua: non vi sono problemi a riempire i serbatoi per lavarsi, (consiglio vivamente di disinfettare comunque l’acqua con Amuchina o simili) ma bere è un’altra storia: prevedete almeno 2-3 litri di acqua a testa al giorno, minerale (la si trova dappertutto, anche se non a buon prezzo) e si trovano anche ottimi succhi di frutta.

Per chi, come noi, ama anche ‘mangiare’ i luoghi che visita, non sarà certo deluso: a parte la carne di maiale che non si trova (ma anche quella di pecora, cammello o montone è una rarità), e il vino che proprio non c’è, troverà verdure abbondanti e freschissime, frutta di stagione, cous-cous con spezie e pesce al nord. I dolci sono infinite variazioni sul tema Baklavà, ed i gelati ottimi.

Per finire, due raccomandazioni: il deserto mantiene per lungo tempo tutto ciò che vi si lascia, quindi facciamo in modo che i nostri rifiuti non rimangano ad imperitura memoria: tutto ciò che può essere biodegradabile va sotterrato in una buca, ed il resto (plastica, scatolette ecc.) ce lo porteremo dietro fino alla città più vicina. Teniamo presente che, nonostante siano quasi invisibili, ci sono topi, fennech e altri simpatici animaletti (gli scorpioni e le vipere cornute solo da metà maggio in poi, dicono) che di notte vanno in cerca di cibo. Se lasciamo sacchetti di spazzatura di notte accanto ai veicoli, ce li ritroveremo strappati il mattino dopo con il contenuto sparso ovunque.

E, per favore, sebbene il Governo libico non sia molto sensibile a questo, impariamo a NON toccare i graffiti: stanno sparendo per le ruvide attenzioni dei turisti, dicono che siano molto più sbiaditi di 4 o 5 anni fa, e di questo passo alcuni potremo non vederli più nel giro di pochi anni.

Cronologia (anno 2007)

• 28/2 Passato il confine Tunisia - Libia a Zuwarah e formalità varie
• 1/3 Nalut c.a 150 Km
• 2/3 Ghadamès 327 Km
• 4/3 Al Quaryah 320 Km
• 5/3 Sebah 459 Km
• 6/3 Awbari ingresso nel Parco Acacus (lato Messak Settafett) 0 Km
• 11/3 Al Uwainat Ghat in 4X4 visita ai siti di graffiti 0 Km visita ai laghi della regione del Mandara
• 15/3 ritorno a Nord verso Leptis Magna (totale circa 700 Km)
• 18/3 Leptis Magna
• 20/3 Villa Sileen
• 21-23/3 Tripoli 120 Km
• 23/3 Sabratah e passaggio del confine Libia- Tunisia 172 Km
le date sono approssimative - il chilometraggio è stato desunto dalla cartina Euro Cart (v. Bibliografia) per un totale di 2.250 Km; sul contakm del camper erano segnati 3106 Km.

Bibliografia

Guide Libia di Touring Club e Lonely Planet
LIBIA del Sud di Jacques Gandini ed Polaris
Cartine Libia Euro Cart (Studio F.M.B. Bologna) al 1.750.000
Carta LiBYA International Travel Maps al 2.600.000
Carta Aeronautica americana serie ONC Foglio H-3 edizione 7 (Libia dell’ovest) usata con software Touratech Quo-Vadis per palmare HP e GPS

Siti Internet

Informazioni da vari siti italiani (www.Sahara.it) e stranieri sulla Libia soprattutto per siti archeologici, per notizie sul Prof. Mori e le sue ricerche.


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